Caboto

Il viaggio in mare, nel suo significato ottocentesco, è a mio avviso quello che meglio rappresenta la creatività pura. Sai che vuoi salpare, sai che quel viaggio ti somiglia, ma a rigore non sai dove ti porterà. Cioè, non lo sai nello specifico; ed è questa la natura profonda dell'esplorazione. Il procedimento è intrinsecamente buono, perché moltissime sue caratteristiche vanno nella sola direzione di tale bontà. Alla fine dell'immersione, tanto per usare un'altra metafora calzante, sarai più te stesso, avrai delle idee, saprai di cosa vuoi parlare e per quale ragione. Ma l'output che ne deriva è ignoto: può essere un racconto così come un'enciclopedia, una poesiola di qualche verso così come un quadro, un film, una pagina di diario, un trattato. Per queste ultime caratterizzazioni, cioè per la "messa in forma" delle cose che non hanno un'immediata forma, ci sono le regole, i consigli, i ragionamenti e tutto ciò che sta dentro quel quadrato che ho descritto all'inizio di questo mio monologo.

Ma ora non è di questo che stiamo parlando. Ci stiamo invece chiedendo: come salpare? Sì, come. Perché questo "come" non è così banale. Un viaggio, un qualsiasi viaggio, specie per mare, necessita di alcuni ingredienti di base. Non sono molti, ma ci devono essere. Nel caso della creatività pura questi ingredienti sono tutti contenuti nel concetto di spazio creativo.

Uno spazio creativo è anche un tempo creativo. Quanto tempo creativo puoi dedicare a te stesso? L'atmosfera attorno al tuo tempo creativo è a sua volta creativa? Rispondere a queste due domande, e a tutte le domande ulteriori che da esse derivano, significa prendere il largo per la nostra esplorazione.

The End

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