Annotazioni sui Film di Mezzanotte

Il termine midnight movie appartiene a un intervallo temporale (e culturale) piuttosto preciso, che parte dagli anni cinquanta e arriva a coprire tutto il trentennio dopo, con strascichi sempre più blandi. Abbastanza ovviamente, l’idea di una “cultura alternativa confinata alla programmazione televisiva della seconda e terza serata” appare oggi, nell’epoca del web e della completa frammentazione temporale dell’informazione, ivi compresa quella multimediale e cinematografica, un totale anacronismo. Ma questa espressione rimane per rappresentare qualcosa di potenzialmente alternativo, strano, deviato, così come più semplicemente bizzarro e lontano dalla logica del mainstream.

Che dietro ci sia il concetto di arte ghettizzata, questo appare evidente. Se i film di mezzanotte erano occasioni di volontario isolamento già nel tempo del loro sorgere, a maggior ragione il loro significato residuo resta il medesimo, peraltro potenziato dal contesto di massificazione che oggi impera onnipresente. Se è vero che l’originalità viene ai giorni nostri maggiormente osteggiata, è altrettanto vero che, una volta creata e messa in moto, essa si manifesta doppiamente riconoscibile, colorata e sgargiante.

In che senso, dunque, utilizzo ancora questo termine, mescolandolo con altri media e altre forme che nulla hanno a che vedere con la cinematografia? Alludo anch’io a una ghettizzazione? La risposta è tendenzialmente affermativa. Un film di mezzanotte può essere oggi “qualcosa”, anche nel mio caso un’opera d’arte, che per volere dello stesso autore viene confinata entro il recinto di una mezzanotte concettuale, di uno spaziotempo dove i sensi acquisiscono un’altro livello di sottigliezza.

In questo senso mi piace parlare di un midnight closet screenplay, dove le idee sopraccitate si mescolano ad un’altra idea secondo me estremamente forte: quella di un film così impossibile da poter essere concepito solo in forma di sceneggiatura, canovaccio, accorpamento di meccanismi per un quadro vivente. Penso che si capisca subito quanto io sia esteticamente legato ad Alejandro Jodorowski. Tuttavia il suo immaginario, che reputo troppo folklorico, mi appartiene più a livello costruttivo che tematico, e mi piacerebbe proporne una versione più intrinsecamente rituale, pagana e onnivora, come se si trattasse di fondere questo autore con Marcel Duchamp da una lato, e all’opposto con i vari Jeff Keen, Brion Gysin e nella versione più astratta e buonista anche David Bowie, Brian Eno, e via discorrendo lungo vari assi di confine.

The End

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