Assenzio e Orizzonte

(Curvo sulla sella, il condottiero commenta il monumento al suo fianco. Completa il quadro una lunga sagoma meridiana contro il sole del meriggio.)

L'impalcatura, o costruzione, o castello che dir si voglia, si estendeva per quello che potevo dire e vedere in tutte le direzioni a me conoscibili lungo l'orizzonte di quella landa, attraverso un reticolo di cunicoli aerei sorretti da ponteggi di ferro, e ogni tassello era una frase concatenata ad altre, ed ogni frase richiamava altri angoli di altri mondi in latitudini lontane dalla collocazione del manufatto.

Se esso avesse confini è difficile a dirsi, o meglio, essendo che ogni cosa ha confini per il solo fatto di essere nominata, più che altro appariva poco sensata la domanda circa l'esistenza di confini tanto impensabili quanto poco interessanti da raggiungere.

L'idea forte, o, se vogliamo, l'ossessione dolcissima che mi solleticava (pur essendo io poco incline alle ossessioni, da buon adoratore della pigrizia e in fondo anche delle cose quiete e ferme) era questa: passare tutto il tempo a seguire uno dei tanti collegamenti, dimenticandomi non solo di tutti gli altri che avevo anche solo fugacemente notato all'entrata, ma anche dell'intero mondo che con la sua ferocia circondava questo oggetto. Era per me un fatto di pura dimensione. Da un lato l'infinito rizoma di anfratti e grotte forgiate dall'intreccio del libro di marmo e metallo, dall'altro il finito, fortissimo gigante idiota che con le sue braccia pelose cingeva questo come chissà quante altre meraviglie, deridendole con quella fiammante efficacia che solo la mediocrità sa manifestare.

Ma intendiamoci, non mi sarei lasciato sfiancare così facilmente. La pigrizia serve anche ad essere troppo stanchi per ascoltare con eccessiva attenzione frustate e riconduzioni all'ordine. Semplicemente, la spossatezza impedisce di tenerle a mente, e ancor più di farne una filosofia. Avrei dunque perseverato nell'avanzare all'interno dell'oggetto e lungo i suoi condotti, vedendo progressivamente il mondo allontanarsi alle mie spalle, sia pure per un fenomeno di carattere puramente ottico.

E se qualcuno, forte della trasparenza di quelle pareti, avesse percepito il mio evolvere dialettico in quella dialettica, e magari per questa così esile motivazione fosse arrivato ad amare non tanto me stesso in quanto tale, ma il mio essere come portantina semovente di quel motore che è il fuoco dell'intelletto e dell'ispirazione (anche se la metafora mi piacerebbe di più orientata verso il gelo e l'immobilità di un cielo nordico tempestato di stelle), ebbene, avrei fatto l'unica cosa possibile: compatirlo. Ho seminato dentro, io. Se l'avessi fatto fuori, la terra sarebbe oggi invasa da rovi di lame e uncini.

The End

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