Serpenti

Ci sono donne che amano i serpenti. Non i serpenti delle miniature indiane, non i cobra d'oro che s'inviluppano nelle numerose iconografie che costellano templi e castelli, ma quei serpenti usati in spettacoli e teatrini, intrisi di liquami neri che sanno di petrolio e cipolla, di sudori, di salse cinesi e polle d'acqua sporca. Suppongo che sia questa appartenenza a dirigerle verso il macilento, dove osso e pelle sono a contatto senza mediazioni, e a circondarle di quel fumo che si usa per abbattere piattole e scabbie. Amano dunque gli sguardi attoniti e cattivi dei fachiri, dichiarano con stravolti sorrisi vuoti forme d'estasi verso peli e capelli incrostati di fango vecchio e olio, come a farne bandiere d'un credo talmente conficcato nella carne da non aver neppure bisogno d'essere sventolato a pugni chiusi. E diffondono così, spontaneamente, come quei fiori che sparano polline a distanza, le loro essudazioni buie e untuose come fiumane che infettano e bruciano. Come i serpenti.

The End

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